Alla domanda di Dario Bellezza sulle differenze tra le città italiane in cui aveva vissuto, Anna Maria Ortese rispose senza esitazioni: la luce. A Napoli, disse, quella luce era «azzurra, di purezza umana». È qui, nella città che non le diede i natali ma in cui trascorse gli anni decisivi dell’adolescenza e della giovinezza, che Ortese formò quello sguardo aperto su mondi diversi che caratterizza la sua produzione, ereditato anche dalla vita errante della sua famiglia. Vennero poi Firenze, Milano, Trieste, Venezia. Ma nessun altrove riuscì mai a cancellare Napoli: città di ombre che intonano voci e presenze che sfiorano appena. Insieme brio e spavento, fragilità e incanto. Una città «eccezionale» e «benedetta», che per Ortese rimase sempre simile a un corpo celeste.
Quando vi ritornò nel 1945, trovò spazio nella rivista Sud. L’esperienza – nata dal sodalizio tra Pasquale Prunas e i vari Raffaele La Capria, Domenico Rea, Luigi Compagnone – fu intensa, capace di attrarre energie nuove e di tentare un vero svecchiamento della cultura cittadina. Ma si spense presto, come per un colpevole «silenzio della ragione».
In quegli anni Anna Maria Ortese viveva di articoli e reportage, osservando la città da ogni angolo: come una pietra che rotola, da ogni urto raccoglieva frammenti di vita. Ma si rese presto conto che i frammenti erano sempre più bui: la guerra aveva ucciso la luce, lasciando un solco di disperazione, una rovina materiale e morale.
Credo fosse il mondo a non piacermi più. Mi era piaciuto abbastanza fino a quando era cominciata la guerra. Dopo avevo visto una fiera, una tigre enorme, occupare stabilmente il campo azzurro del cielo.
«Il mare non bagna Napoli»: la frattura con la napoletanità
Da quella stagione di reportage nacque, nel 1953, Il mare non bagna Napoli, che Elio Vittorini volle nei «Gettoni» einaudiani. Non un semplice libro di racconti, ma un’architettura complessa e stratificata, in cui la «zingara sognante» trascina il lettore nel ventre oscuro della città. Anna Maria Ortese mostra senza veli le sue strade e i suoi mali, interrogando ciò che solitamente non viene osservato, né vuole farsi osservare: gli umili, i piccoli, gli esclusi. Così accade nel racconto di Eugenia, la ragazzina «cecata» che riceve in dono un paio di occhiali e scopre, dolorosamente, un mondo che è meglio non vedere; o nella storia di Anastasia Finizio che, intorpidita, vive immobile una vita ridotta a doveri familiari e lavorativi. Ma è soprattutto in Oro a Forcella e nella Città involontaria che l’autrice, con lente giornalistica, mostra l’inferno e le macerie.
Il risultato è un ritratto di una Napoli lontana dalle cartoline mediterranee: nessun colore sgargiante, nessuna vitalità festosa, ma piuttosto un orizzonte di stanchezza e disillusione, schiacciato dall’abbandono e dall’indifferenza. È una città più nordica che meridionale, abituata alla morte e al dolore. È «l’oltretomba del sud, bagnato non dal mare, ma da un nuovo fiume Lete» che fagocita le anime e le costringe all’oblio.
Nel Mare, Anna Maria Ortese raccontò anche gli scrittori di Napoli. Uomini che, nella sua visione, avevano abdicato al compito più alto: farsi portatori di un progetto collettivo, in grado di andare oltre la semplice accettazione dell’esistenza. Così la città rimase prigioniera della propria incapacità di pensarsi, di interrogare il proprio destino.
Nel Silenzio della ragione – l’ultimo e più articolato racconto-inchiesta del Mare – si consuma il trionfo di questa viltà, di questo «torpore». Dopo aver sfiorato la vita, gli intellettuali tornarono all’ottundimento. “Sud” rinunciò al compito di reinventare Napoli, di darle nuove forme e nuove dimensioni, di strapparla all’autoinganno della «divina napoletanità». Avrebbe potuto offrirle coscienza critica, ragione e responsabilità. E invece no. Anche questa realtà fu fagocitata: inghiottita e annullata da un Meridione che, ancora una volta, non seppe credere nella Storia.
E quella Napoli non le perdonò mai questo affronto, vissuto come tradimento: un ritratto spietato, percepito come denigratorio verso la città e verso la stessa classe intellettuale con cui Anna Maria Ortese aveva diviso pane e tetto. La scrittrice dovette lasciare per sempre quella che pure era diventata la sua casa. Un esilio doloroso, ma necessario.
Aggiungere alle cose del mondo
Molti anni dopo, nel 1994, quando Adelphi ripubblicò Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese tentò di rifare i conti con quell’addio. Cercò le sue colpe e rivide, nella sé stessa di quattro decenni prima, uno spaesamento febbrile, un’autentica nevrosi. Un’«irritazione contro il reale» che aveva riversato in quelle pagine e, dunque, in Napoli. La città, confessò, non fu che lo specchio di quella sua malattia interiore, ma al tempo stesso il riflesso di una condizione più universale.
Questo orrore – che le attribuii – fu la mia debolezza.
Proprio da questa consapevolezza, da questa nausea nei confronti dell’esistenza, prese avvio una nuova poetica: non più descrivere la realtà, ma aggiungere alle cose del mondo. Un seme che, in verità, Ortese aveva già piantato nei suoi scritti giovanili – come nel Monaciello di Napoli e nel Fantasma – e che, negli anni Sessanta, germogliò con forza.
Il fantastico e il sogno diventarono un riparo contro un tempo ancora segnato dalle ombre della guerra. Un secondo mondo che non era evasione, ma strumento di modificazione: il sintomo di un presente che si voleva diverso. Le trame si fecero più intricate, «imbrogliate dalla continua destrutturazione della realtà nel fantastico», dove ogni figura e ogni simbolo erano il rovescio di ciò che accadeva sotto gli occhi.
Tra veglia e sonno: Napoli come negativo fotografico
La nuova stagione narrativa di Anna Maria Ortese prese corpo nelle opere che formano la “trilogia fantastica”. L’iguana, «un incantesimo che agisce» e rapisce, con al centro Estrellita – l’iguana-servetta, vittima, creatura umiliata e invisibile, allegoria del mancato riconoscimento dell’essere. Il cardillo addolorato, romanzo animato da anime perse, corpi fragili e folletti che popolano una Napoli settecentesca, storica: una creatura deforme che, nell’amore e nello slancio, trova possibilità di riscatto. Alonso e i visionari, con Stella e Op, il puma e i fantasmi del destino, della sofferenza e del male della vita. E sullo sfondo, una città-soglia ligure, ma tipicamente napoletana.
Sono libri che, tra veglia e sonno, sciolgono il reale nella fantasia. E in cui Napoli resta una presenza tenue ma costante, come negativo fotografico delle visioni della scrittrice. La città criticata e abbandonata, sì, eppure radice di ogni immagine, proiezione di ogni sogno.
La stessa Napoli che esce da sé e cambia nome nel Porto di Toledo: il romanzo della memoria, «la voce capitale della sua bibliografia». Una metamorfosi che tocca gli episodi autobiografici, senza mai ricomporli, ma attraversandoli, come fosse un passaggio obbligato. Qui, la narrazione abbraccia l’ambiente familiare, si addentra nell’intimità più profonda della scrittrice, con l’impronta inconfondibile della poesia. Toledo è, d’altronde, l’opera che più di tutte restituisce concretezza alle sue stesse parole:
Scrivere è tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera.
L’uomo dietro il magico: una speranza
In definitiva, se si guarda all’insieme della sua opera, si scopre che – anche dietro il magico, dietro ogni trasfigurazione – per Anna Maria Ortese c’è sempre stato l’uomo.
E, nonostante la trasparenza severa del suo nichilismo, continuò per tutta la vita a nutrire la speranza che il genere umano potesse ancora migliorare, abbandonando la dipendenza dall’odio e dal potere per inaugurare una nuova era. Continuò a nutrire la speranza che, poiché «questa vita è mare», il Paradiso potesse esistere. Anche a Napoli.
Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui strumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione…

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