Giambattista Vico nella Napoli del Settecento: filosofia, cultura e società

Articolo della newsletter n. 54 - Ottobre 2025
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Giambattista Vico (1668–1744) è una delle figure più originali e complesse della filosofia moderna europea. La sua opera principale, la Scienza Nuova, rappresenta uno straordinario tentativo di fondare una filosofia della storia e della società che, pur radicata nella tradizione umanistica e giuridica, si proietta verso una comprensione dinamica e storicista dei fenomeni umani. Per cogliere appieno la portata del suo pensiero, è essenziale collocarlo nel contesto culturale, politico e sociale della Napoli del Seicento e Settecento, una città vivace ma attraversata da contraddizioni profonde: capitale del viceregno spagnolo, centro di fermenti intellettuali, ma anche luogo segnato da miseria diffusa, rigidità sociale e tensioni tra tradizione e innovazione che portarono alcuni interpreti a parlare di un proto-illuminismo napoletano.

Napoli tra Seicento e Settecento

All’epoca di Vico, Napoli era una delle città più popolose d’Europa, con circa 300.000 abitanti. Capitale del Regno di Napoli sotto la dominazione spagnola e, dal 1707, austriaca, la città rappresentava un crocevia culturale di primo piano per tutti gli scambi economici e culturali del Mediterraneo. Le condizioni sociali erano, tuttavia, più complesse: la grandezza artistica e la ricchezza di tradizioni convivevano con povertà estrema, carestie, epidemie e una forte disparità tra nobiltà e popolo.

Sul piano intellettuale, Napoli offriva un ambiente vivace, animato da accademie, università e circoli eruditi, a cui si contrapponeva però un forte peso del controllo ecclesiastico e politico, che rappresentava un importante limite alla libertà di pensiero. La filosofia cartesiana, al contempo, e la scienza moderna cominciano lentamente a far breccia nella società, suscitando discussioni e, al contempo, resistenze interne – com’è il caso del nostro filosofo. È in questo quadro che prende forma la mente di Vico, in un continuo confronto con la tradizione umanistica e giuridica, con le nuove correnti filosofiche e con le condizioni materiali della sua città.

Vico studiò retorica, diritto e filosofia, sviluppando sin dall’inizio un interesse per le discipline umanistiche. La sua formazione non fu accademica in senso stretto: in larga parte autodidatta, approfondì autori classici come Cicerone, Tacito e Orazio, ma anche filosofi moderni come Hobbes e Grozio. Tuttavia, il suo atteggiamento nei confronti del razionalismo cartesiano rimase critico: se, da un lato, ne apprezzava il rigore metodologico, riteneva che il riduzionismo meccanicistico fosse inadatto a comprendere la complessità della vita storica e civile.

Un tratto distintivo del pensiero vichiano è la critica al razionalismo cartesiano, diffuso nell’Europa del tempo e, come si diceva, ora alle porte di Napoli. Per Cartesio, com’è noto, la scienza si fonda sulla chiarezza e distinzione delle idee e sulla deduzione matematica. Vico, al contrario, ritiene che il mondo umano non possa essere compreso con gli stessi strumenti con cui si studia la natura. L’uomo, creatore di istituzioni, lingue, miti e leggi, deve essere interpretato attraverso metodi che tengano conto della storicità e della creatività intrinseche al divenire – una tesi rispecchiata dalla celebre formula vichiana: verum est ipsum factum, “il vero è il fatto”. Conosciamo veramente solo ciò che facciamo; mentre la natura è creata da Dio e solo parzialmente conoscibile, la storia e la società sono prodotti umani e dunque accessibili alla nostra comprensione.

La Scienza Nuova e la filosofia della storia

La Scienza Nuova (la cui prima edizione è del 1725, e le successive revisioni fino al 1744) è il capolavoro di Vico e una delle opere più innovative della filosofia moderna. In essa l’autore elabora una “scienza civile” volta a spiegare le leggi che governano lo sviluppo delle nazioni.

Secondo il filosofo napoletano, le società attraversano fasi ricorrenti: un’età degli dei (caratterizzata da religione e linguaggio mitico), un’età degli eroi (segnata da aristocrazie guerriere e linguaggio poetico), e un’età degli uomini (contraddistinta dall’uso della ragione e dalla democrazia o monarchia). Queste fasi non sono lineari ma cicliche, e possono condurre al “ricorso”, ossia al ritorno a condizioni primitive dopo il decadimento. Questo modello storicista, basato sul riconoscimento di costanti antropologiche e culturali, anticipa riflessioni che saranno riprese dai grandi filosofi della storia dei secoli successivi, come Herder, Hegel e Croce.

Un altro aspetto fondamentale della Scienza Nuova è l’analisi del linguaggio e del mito. Per Vico, i popoli primitivi esprimono la loro esperienza attraverso immagini poetiche e simboliche, che danno origine alle mitologie e alle istituzioni. La poesia, lungi dall’essere un semplice ornamento, è il linguaggio originario dell’umanità. Anche le leggi e i costumi nascono da questa dimensione immaginativa, prima di essere razionalizzati. In tal modo, Vico rovescia la gerarchia cartesiana tra ragione e fantasia, attribuendo a quest’ultima un ruolo fondativo.

Napoli come laboratorio culturale

Il legame tra Vico e il contesto napoletano è dunque profondo. Napoli, con la sua ricchezza di tradizioni popolari, il suo folclore, le sue contraddizioni sociali e la presenza simultanea di miseria e splendore, offre un terreno fertile per lo sviluppo di una filosofia attenta alle forme simboliche e storiche. La città era inoltre un centro di studi giuridici: la tradizione del diritto romano e la pratica forense contribuirono a orientare la riflessione di Vico verso le istituzioni civili.

In questo senso, la sua filosofia della storia non è un esercizio astratto, ma risponde a problemi concreti: come comprendere l’origine delle società? Come spiegare l’autorità delle leggi? Come conciliare la tensione tra ordine e mutamento? Domande che rispecchiano anche le difficoltà della Napoli del tempo, segnata da conflitti sociali, rigidità istituzionali e rapporti complessi con il potere centrale.

Durante la vita di Vico, la sua opera fu poco compresa e apprezzata. La Scienza Nuova non ebbe un successo immediato, anche a causa dello stile oscuro e della difficoltà del linguaggio che la caratterizza. Nonostante già Marx ne avesse riconosciuto il grande valore, solo nel Novecento, grazie soprattutto a pensatori italiani come Vincenzo Cuoco e più tardi Benedetto Croce, Vico venne riscoperto e riconosciuto come precursore dello storicismo e della filosofia della cultura. La sua influenza si estese poi a filosofi come Isaiah Berlin, Hans-Georg Gadamer e Ernst Cassirer, che ne apprezzarono l’attenzione alle forme simboliche e linguistiche.

Il rapporto tra Vico e Napoli, quindi, non è solo geografico ma identitario. Vico incarna in tutti i sensi un modo napoletano di fare filosofia: aperto alla pluralità, capace di unire erudizione classica e attenzione al concreto, scettico verso le astrattezze sistematiche, ma che attinge a piene mani dalle categorie dell’ immaginazione. La sua insistenza sulla fantasia, sul mito e sul linguaggio poetico riflette in la vitalità culturale della città, dove il teatro, la musica e la tradizione orale avevano, e hanno tutt’oggi, un ruolo determinante.


Illustrazione di Giada Collauto

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Giovanni Fava

25 anni; filosofia, Antropocene, geologia. Perlopiù passeggio in montagna.

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