La storia dietro a un pallone: il calcio nel Novecento

Articolo della newsletter n. 53 - Settembre 2025
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Giovani promettenti che abbandonano la cara vecchia Europa per seguire le vie d’Oriente lastricate d’oro. Partite truccate. Mazzette per entrare in campo e scavalcare i meritevoli. Scandali ai vertici. Squadre che deludono. Impossibile negare che il calcio stia vivendo un momento di apparente crisi di valori. Per questo sempre più appassionati sentono il bisogno di riscoprire le radici autentiche della propria squadra del cuore. Le società lo sanno bene, e lo dimostrano operazioni come il ritorno delle divise vintage ispirate ai tempi d’oro o i tornei in cui far scendere in campo le vecchie glorie. Un calcio in crisi è sintomo di una società in crisi, e non potrebbe essere altrimenti: il calcio rimane lo sport di massa per eccellenza, e lo è stato per quasi tutta la sua storia. 

Appunto, quasi. Perché le origini del calcio contemporaneo si collocano nelle scuole inglesi maschili d’élite. Qui il football era un passatempo utile a canalizzare l’energia verso uno sfogo organizzato, in piena mentalità vittoriana. Il problema era la differenza di regole tra una scuola e l’altra, che rendeva complessa la possibilità di scontrarsi con squadre di college diversi: da qualche parte si giocava con pochi giocatori, altrove l’unico obiettivo era dribblare più avversari possibile, senza fare passaggi, mentre a Rugby (!) era possibile avanzare con la palla in mano. Solo il 26 ottobre 1863 undici squadre di Londra e dintorni riuscirono a riunirsi per concordare un regolamento, ancora rudimentale: è questa la data di nascita del calcio di oggi.

Uno sport così facile ed economico da praticare non poteva restare prerogativa nobiliare, specialmente nel Paese che stava guidando la seconda rivoluzione industriale. Le classi operaie urbane, concentrate nei grandi centri industriali come Liverpool, Manchester e Sheffield, vivevano il calcio come distrazione tra un massacrante turno in fabbrica e l’altro. Il sabato pomeriggio libero, conquistato grazie alle lotte sindacali, divenne il momento ideale giocare o assistere alle partite, e i club iniziarono a formarsi attorno alle fabbriche, ai quartieri, ai sindacati e alle parrocchie. In quei luoghi il calcio divenne parte integrante dell’identità collettiva delle masse urbane, radici che alcune tifoserie continuano a difendere orgogliosamente.

Esportato alla fine dell’Ottocento, il calcio è diventato lo sport più seguito e praticato al mondo durante il Ventesimo secolo. Le cause? Lo sviluppo della società di massa, i nuovi mezzi di comunicazione (prima la radio, poi la tv, infine i social) e la politicizzazione dello sport. Con l’aumento dell’urbanizzazione e l’allargamento della partecipazione politica e sociale, si diffuse la necessità di nuovi strumenti identitari. Il calcio offriva alle masse sperdute un senso di appartenenza immediato e tangibile, un’occasione per rinnovare un viscerale bisogno di partecipazione. Tifare per una squadra significava identificarsi in un luogo, in una classe sociale, in una cultura: in altre parole, fare comunità.

Uno strumento potente come il calcio non poteva che diventare terreno fertile per la strumentalizzazione politica, come ben sapevano anche i regimi totalitari. In Italia, il fascismo comprese presto il potenziale simbolico di questo sport: la nazionale fu finanziata e promossa dal regime, e le vittorie ai Mondiali del 1934 e del 1938 vennero presentate come manifestazioni della superiorità del paese e celebrate come trionfi dell’organizzazione e dello spirito nazionale. I calciatori vennero trasformati in icone pubbliche, e il calcio si inserì nel più ampio sistema di propaganda con cui rafforzare l’idea di una razza italica forte e prestante.

Anche in Germania il calcio fu integrato nei meccanismi ideologici del regime, pur non assumendo lo stesso rilievo di altre discipline, come l’atletica. Le competizioni calcistiche furono comunque utilizzate per promuovere l’unità nazionale e per diffondere valori come disciplina e appartenenza. In molte occasioni, come nella partita tra Germania e Inghilterra del 1938, il calcio divenne un palcoscenico per messaggi politici espliciti al resto del mondo, come dimostrò il saluto nazista imposto ai giocatori inglesi.

Nel secondo dopoguerra, con la ricostruzione e la progressiva affermazione della società dei consumi, mentre milioni di persone abbandonavano le campagne per concentrarsi nelle città e la cultura popolare si reinventava grazie alla televisione, il calcio divenne uno dei principali strumenti di socializzazione, integrazione e intrattenimento. L’incremento dell’alfabetizzazione e la diffusione dei media portarono il calcio ovunque: dai bar alle famiglie, dalle piazze agli stadi. I grandi eventi sportivi erano diventati strumenti di narrazione collettiva.

Nel contesto della Guerra Fredda, il calcio si trasformò in uno dei campi simbolici in cui si misuravano le sfere d’influenza. Le squadre dei paesi dell’est vennero sostenute dai governi in funzione rappresentativa, come espressione dell’efficienza e della coesione del sistema socialista. I club erano spesso legati all’esercito, ai sindacati o alla polizia segreta (come nei casi rispettivamente di CSKA, Spartak e Dynamo a Mosca), e la prestazione sportiva veniva considerata parte integrante dell’impegno civico. Allo stesso tempo, il calcio offriva anche una forma di visibilità internazionale, contribuendo alla costruzione dell’immagine pubblica di interi paesi.

Neanche al di qua della cortina il calcio fu immune da dinamiche politiche, anche all’interno di sistemi pluralisti e con un diverso rapporto tra sport e potere statale. In molte democrazie europee il calcio divenne un veicolo di consenso popolare e coesione nazionale, soprattutto nei momenti di crisi, assumendo spesso un ruolo di “valvola di sfogo” delle tensioni sociali, ma anche di strumento per veicolare messaggi di appartenenza nazionale o locale. Nascevano i problemi che abbiamo imparato a conoscere bene nei decenni successivi e fino a oggi: commercializzazione, ingerenze politiche, utilizzo strumentale del tifo da parte di partiti o movimenti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’aumento del reddito disponibile e il miglioramento delle condizioni di vita permisero a fasce sempre più ampie della popolazione di frequentare gli stadi o di acquistare i primi televisori. In un mondo ancora privo di internet, la domenica allo stadio era un rituale collettivo, capace di unire generazioni e classi sociali. In quegli anni nacquero molte delle grandi tifoserie organizzate, che trasformarono il tifo in una forma di appartenenza profonda, quasi religiosa. Le curve si trasformarono in luoghi di espressione politica, con cori, striscioni e manifesti capaci di contestare anche le istituzioni calcistiche e governative. Più lo spazio pubblico si è popolato di simboli e narrazioni condivise, più il calcio si è radicato nei tessuti sociali che le squadre rappresentavano.

Nonostante questo ruolo centrale, la percezione recente del calcio è più di un distacco dal mondo reale. Le sue istituzioni come la UEFA (l’unione delle federazioni del calcio europeo) faticano a prendere posizioni forti su tematiche sociali, e ancor di più a far seguire alle parole i fatti. Un esempio emblematico è stato offerto durante la recente finale di Supercoppa europea, dove è stato esposto uno striscione con la scritta «Stop killing children. Stop killing civilians». Due bambini palestinesi sono stati poi coinvolti nella consegna delle medaglie. Una nobile iniziativa, utile a far luce sul genocidio in corso. Ma era chiaramente un atto dovuto, di facciata: è grottesco che tutti conoscessero il destinatario della gentile richiesta, ma che le iniziative contro le squadre israeliane da parte della UEFA continuino a mancare: il presidente Ceferin si limita a ripetere che non è nel suo stile impedire agli atleti di competere.

Per fortuna qualcuno alza la voce anche dall’interno del sistema: il 9 agosto di quest’anno, la UEFA ha dedicato un post su X a Suleiman al-Obeid, uno dei calciatori palestinesi più celebri della sua generazione, ucciso dai militari israeliani mentre aspettava una distribuzione di alimenti, limitandosi a scrivere «Addio a Suleiman al-Obeid, il Palestinian Pelé. Un talento che ha dato speranza a moltissimi bambini, anche nei tempi più bui». Mohamed Salah, attaccante del Liverpool, ha risposto al post scrivendo «Potete dirci come è morto, dove e perché?».

Rara avis, Salah. Le federazioni calcistiche sembrano poter sopravvivere solo in favore di vento, galleggiando in una passività che ormai è complicità, giustificata dal fatto di occuparsi di quello che, in fondo, sembra solo intrattenimento. La mancanza di un’azione più netta, come sanzioni chiare contro club o tifoserie razziste, oppure il sostegno esplicito a cause sociali e umanitarie, alimenta il senso di sfiducia di una parte crescente di tifosi e osservatori.

Chissà dov’è il vero calcio ora. Perché da qualche parte esiste ancora, nonostante tutte le contraddizioni con cui dovrà confrontarsi in questo secolo. Milioni di giovani bambini e bambine vedono nel pallone un’opportunità di riscatto e di distrazione da una società quasi invivibile (anche se vietiamo loro di giocarci nei cortili dei condomini). Giovani giocatori e arbitri non aspettano altro che quel momento del fine settimana in cui indosseranno le scarpe consumate, sentiranno l’odore dello spogliatoio, metteranno il piede in campo e per novanta minuti (più recupero) non esisterà niente se non quel rettangolo verde. Il calcio è uno spazio dove si proiettano sogni e tensioni, utopie e conflitti, personali e sociali. È lo specchio della storia, che ci permette di leggere dietro a un semplice pallone la complessità delle società che lo fanno rotolare.


Illustrazione di Marco Brescianini

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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole e di pace. Sono specializzato in storia medievale, insegno lettere alle medie. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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